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Salerno Classica e le celebrazioni per San Francesco

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Domani nella chiesa di San Giorgio, alle ore 20,30 l’Associazione Gestione Music, presieduta da Francesco D’Arcangelo, chiude il suo dicembre sacro con “Sorella Acqua” un percorso in musica e versi, affidato dal quartetto di violoncelli Meridies

Sarà un percorso di musica e versi dedicati alla figura di San Francesco poeta, in occasione del CCM anniversario della composizione del suo Cantico delle Creature, preludio anche alle celebrazioni del prossimo anno a chiudere il Dicembre Sacro dell’Associazione Gestione Musica presieduta dal violoncellista Francesco D’Arcangelo e diretta dal pianista Costantino Catena, domani, lunedì 22 dicembre, nella Chiesa di San Giorgio, alle ore 20,30.

Una performance “Sorella Acqua”, realizzata grazie al sostegno del Ministero MIC, della Regione Campania, patrocinato del comune di Salerno, in sinergia con la Fondazione della Comunità Salernitana e Salerno Sacra, affidata alla sonorità dei violoncelli del quartetto Meridies, che schiera Roberto Chiapperino, Daniele Miatto e Luciano Tarantino, in dialogo con l’ intensità dei testi poetici interpetrati da Erminio Truncellito, ispirata dal verso del Cantico delle Creature, “Lodato sii, mio Signore, per sorella acqua, la quale è molto utile e umile e preziosa e pura”, dal quale, poi, si passa alla morte, di cui è anche simbolo.

Una scelta particolare di partire proprio dall’acqua per le celebrazioni di San Francesco e, in questo tempo del Natale, essendo essa anche uno dei simboli forti del presepio, nato proprio dal suo intuito.

L’acqua è segno del tempo che scorre, simbolo del ciclo vitale, della nascita e della morte, linea di confine tra mondo dei vivi e mondo dei morti, è il fiume attraversato dalle anime per raggiungere l’altro regno, ma è anche luogo in cui chi vi si immerge ne esce purificato e liberato dalle passioni.

Ma come dire l’informe che attira e che il linguaggio non raggiunge o sembra non raggiungere, come dire gli inizi delle cose, il tempo, lo spazio, il dono, l’amore, la morte? Un nodo perpetuo senza scioglimento è questo dell’indicibile che ci troviamo ad affrontare nel linguaggio, almeno finchè non ne abbandoniamo la presa lasciandoci fluire insieme ad esso.

Se la filosofia è dialogo, il romanzo ci diverte, il saggio c’insegna, perché leggiamo la poesia? Poiché abbiamo sete, poiché dobbiamo dare alla nostra vita ciò di cui più ha bisogno, la cura dell’anima.

Abbiamo bisogno della  parola che riempie, la parola piena, che è intraducibile e sa aprire orizzonti infiniti, produrre scintille, nascite. E’,  certamente, quella di Francesco, descrizione, nel suo Cantico, di materia, intesa come contenuto narrativo, anche dove si definisce con crudezza, è sempre “umana”, perché sottoposta a curiosa interrogazione, indagata, oggettivamente raccontata in un umanistico realismo. Una plasticità, che serva, semmai dall’idea e dalla funzione che la materia assume nella composizione.

L’identità del tema acqua con quello della “materia” e della “sonorità” dei toni, della capacità dei segni di scrivere senza “descrivere” è la malleabile identità stessa, della musica generatrice della narrazione.

E’ così che ascolteremo i versi di Antonietta Carrabs che descrivono l’acqua come un elemento vitale, legata alla natura e alla memoria, con Sora Acqua di Izzi, l’epica Chevaliers De Sangreal, il classico pezzo da novanta di Zimmer, tratto dal Codice da Vinci, in cui la dolcezza degli archi si equilibrerà in maniera stupefacente in crescendo maestoso con i versi, quindi, la semplicità della parola di Renzo Pezzani, in San Francesco, volto ai fanciulli, ma si sa, scrivere di un poeta è come dipingere una nuvola.

Ancora musica con le Lezioni di piano di Nyman, capace di creare atmosfere intense, emotive e poetiche, che fondono sensualità, dolore e rinascita, ricordiamo la scena in subacquea, nel film di Jane Campion, e ancora l’evocazione  dell’ esibizione tra i ghiacci di Luigi Einaudi per Greenpeace, per sensibilizzare sulla fragilità dell’Artico, attraverso Elegy for the Arctic, e chiedere protezione contro il riscaldamento globale, rendendo il brano un potente manifesto ambientale.

Le critiche sottolineano la bellezza e la malinconia del pezzo, ma soprattutto la sua forza come richiamo emotivo e simbolo di urgenza, l’immancabile Dolce Sentire a servizio di Angiolo Silvio Novaro il quale ha scritto una serie di poesie/filastrocche dedicate al poverello di Assisi, del quale verranno declamati i versi di San Francesco e le creature.

Le parole di pace del passato possono dare una risposta anche in tempi difficili come i nostri e il messaggio di San Francesco, vissuto con la propria esperienza esemplare e tradotto nelle sue parole, torna a risuonare più forte che mai con schiettezza e profondità quasi gridando il nostro bisogno di pace universale di tutto il creato.

Chiusura con i versi di Alda Merini sul libro più enigmatico della storia dell’uomo, il Vangelo, non ha mai smesso di suscitare sentimenti anche contraddittori e di suggerire domande estreme, talvolta rischiose, con le sue risposte e versi di altissima potenza espressiva, che evocano con grande forza visionaria i gesti, le parole, i silenzi di Maria, Gesù, Pietro, Giovanni, Maddalena, Giuda, che paiono stagliarsi in una rinnovata verità, dove le figure cruciali della tradizione cristiana riacquistano quella tensione emotiva, quella fragilità umanissima, nutrita anche di viltà, dubbi, tradimenti, e soprattutto quell’intensità poetica e religiosa che la storia del mondo, forse inconsapevolmente, forse per ingenuità, o per paura, aveva dimenticato.

Dopo la sintesi musicale di affascinante di Roberto Cacciapaglia con Oceano, e qualche breve momento musicale tratto dai Tissue di Philippe Glass, i versi della Merini avrebbero potuto non dialogare che con il Johann Sebastian Bach del corale in Fa Minore BWV 639, per il quale Pablo Casals scrisse: “Svestire la natura umana fino a quando i suoi attributi divini non sono resi chiari, informare le attività ordinarie con fervore spirituale, dare ali di eternità a ciò che è più effimero; rendere divine le cose divine e divine le cose umane; tale è Bach, il momento più grande e puro nella musica di tutti i tempi”.

Quindi ancora il Gluck dell’Orfeo ed Euridice, sua una modernità senza tempo e per chiudere la serata, la celebrata Hallelujah di Leonard Cohen, un capolavoro di ambiguità emotiva e semplicità armonica, un inno alla condizione umana che mescola sacro e profano, amore e perdita, fede e dubbio, con riferimenti biblici  e sessuali, un’affermazione di vita in tutte le sue sfaccettature, perfette o spezzate.

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