ROMA – Infondate le accuse del ‘No’. Federico Moleti, sostituto procuratore del tribunale di Palmi (RC), in questi giorni che precedono il Referendum sulla riforma della Giustizia si è schierato per il ‘Sì’. I motivi della sua scelta li ha spiegati nel corso di una videointervista all’agenzia Dire: “Sono essenzialmente due- ha detto- Il primo, la necessità della separazione delle carriere per rendere maggiormente coerente il nostro ordinamento processuale penalistico; il secondo, il cambio della modalità di scelta dei componenti dell’organo di alta amministrazione della magistratura, o meglio degli organi che scaturiranno dall’intervento riformatore, qualora l’opzione dovesse risultare vincente”.
Lei è un giovane magistrato in prima linea nel suo territorio, pensa che con la riforma della giustizia i cittadini avranno benefici e che i processi saranno svolti al meglio?
“Prendo spunto, per la riforma della giustizia- ha risposto Moleti- dalle parole di uno dei più grandi Guardasigilli della storia italiana, Giuliano Vassalli, che intervistato dal Financial Times nel 1987 diceva che ‘senza la separazione delle carriere il mio Codice di procedura penale non funzionerà mai’. Parole profetiche- ha sottolineato Moleti- perché abbiamo ancora una figura del pm molto simile a quella del giudice e questo, in un sistema accusatorio in cui la prova si forma in dibattimento, nel contraddittorio delle parti, costituisce una grave anomalia, che è stata sanata praticamente in quasi tutti i Paesi europei. Solo l’Italia e la Grecia hanno carriere unite. Si tratta di un qualcosa che è fondamentale per garantire l’idea di un giudice terzo imparziale. Pensate che nel nostro ordinamento la carriera di un pm può essere decisa in seno al Csm dai giudicanti e viceversa. Chiaramente ciò inficia l’idea del giudice terzo imparziale e per questo da lungo tempo, le Camere penali hanno sempre chiesto questo tipo di riforma che è stata per la prima volta proposta già nel 1997 con la commissione Bicamerale”.
È inevitabile, man mano che ci si avvicina al referendum, che la partita diventi anche politica. La presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, è scesa in campo direttamente a sostegno del ‘Sì’, mentre da parte del ‘No’ si accusa che con questa riforma si vuole mettere sotto controllo politico la magistratura.
“Si tratta di un’affermazione che da una parte è grave, perché fa pensare ad un progetto antidemocratico, dall’altra tanto è grave quanto infondata. L’infondatezza di questa proposizione si evince già da una lettura dell’articolo 104 della Costituzione, come scaturente dall’intervento riformatore, che è stato approvato non solo dalla maggioranza di governo, ma anche da una forza liberal socialista come Azione. Pensate che lo stesso articolo 104 della Costituzione prevede che nei due Csm che scaturiranno dall’intervento riformatore della maggioranza vi saranno un 66% di membri togati ed un 33% di membri laici. Mi chiedo come può un 33% controllare un 66%, si tratta di una sfida temeraria alla matematica. Considerate anche che questo 33% in parte sarà costituito, con ogni probabilità, pure da rappresentanti delle forze di opposizione. Quindi, meglio ancora, come può un 25% controllare il 66%? Per questo sono totalmente tranquillo. Se avessi visto numeri tipo 50 e 50 non sarei stato tranquillo e sarei tra i sostenitori del ‘no’. Ma visto una disposizione costituzionale che così afferma, mi sento assolutamente tranquillo sotto questo profilo”.
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