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Perché dopo due anni Israele non ha ancora processato i responsabili del 7 ottobre?

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ROMA – Per il 7 ottobre 2023 Israele ha scatenato una guerra di rappresaglia che nel frattempo si è trasformata in un disastro umanitario. Ma per Israele l’attacco di Hamas non ha ancora nessun sospetto, nessun incriminato, nessun condannato. Sono passati due anni ed è come se per la giustizia israeliana non fosse successo niente. Centinaia di palestinesi sono stati arrestati con accuse di coinvolgimento diretto, e almeno 200 restano in detenzione preventiva. Altri 2.700, catturati nella Striscia di Gaza nei 21 mesi successivi, sono trattenuti come “combattenti illegali” senza accuse formali, scrive il New York Times. Almeno 48 palestinesi sarebbero morti in custodia.

Funzionari ed ex procuratori israeliani ammettono che il caos seguito all’attacco ha compromesso la raccolta delle prove: corpi sepolti in fretta, testimoni dispersi, materiale balistico difficile da collegare ad armi specifiche. “Il sistema penale ordinario non era preparato per una mole simile”, ha dichiarato l’ex procuratrice Moran Gez. Il risultato è uno stallo giudiziario che, secondo parlamentari come Yulia Malinovsky, rischia di proteggere gli errori del governo e di influenzare le trattative sugli scambi di prigionieri.

La Knesset ha approvato in prima lettura una legge per creare un tribunale dedicato con 15 giudici e poteri straordinari, in grado di processare i sospetti per genocidio – reato punibile con la pena di morte in Israele. Ma il percorso legislativo è lungo e i primi processi potrebbero partire solo nel 2026.

Nel frattempo le Ong e gli osservatori internazionali denunciano detenzioni a tempo indefinito, condizioni dure e accesso legale limitato. Ex detenuti, intervistati dal New York Times, hanno riferito di percosse, fratture e scosse elettriche. L’esercito nega “abusi sistematici”, ma a febbraio cinque soldati sono stati incriminati per maltrattamenti.

Secondo molti osservatori la lentezza nei procedimenti risponde anche a calcoli politici: evitare di riaccendere il dibattito sulle falle di sicurezza del 7 ottobre e mantenere margini di manovra nei non-negoziati con Hamas.
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