BOLOGNA – Cosa unisce l’immagine della studentessa bendata di Verona, le tensioni di piazza per la riapertura delle attività commerciali e lo studio arrivato da Trieste secondo cui il confinamento fa male alla natalità (chiusi in casa i concepimenti sono calati del 20%)? Sono fatti distanti e diversi. Ma tutti hanno a che fare con un ‘problema’ che ruota attorno alla stessa parola: fiducia. Perfino nel caso di Verona, dove pure quel bendarsi pare derivasse da una ‘regola’ condivisa, sotto sotto si sente la fiducia scricchiolare. ‘Fiducia’, ovvero il “sentimento di sicurezza che si prova nei confronti di qualcuno o qualcosa in quanto ritenuti capaci di esaudire certe aspettative”, è un termine che già godeva di alta considerazione, ma di scarsa ‘salute’ e, ancor di più sotto i colpi del Covid, appare fiaccato e squassato. Ma dare/ricevere fiducia resta questione non da poco. E dei tre fatti apparentemente scollegati, quello delle culle vuote appare forse meno urgente, ma più importante. Perché dietro quel -20% di concepimenti ci sono meno figli (solo 247 contro 308 dello stesso periodo dell’anno precedente) e, seppur limitato all’andamento in un solo ospedale di Trieste e al lockdown, il dato è considerato “talmente impressionante” -tra 2019 e 2020 le nascite crescevano in Fvg- che la rivista europea di riferimento Acta Paediatrica ha deciso di pubblicare lo studio. E perché chiusi in casa ci si è ben guardati dal pianificare un erede? Si parla di più possibili cause: crisi economica, preoccupazione per il futuro, aspetti psicologici e sociali correlati a pandemia e lockdown… Trieste però non è una isola. L’Italia in un anno ha contato 400.000 nati, 50 anni fa ‘uscivano’ da quattro grandi regioni.

Vinta la pandemia questo tema sarà ancora ‘lì’. Tra le tante fiducie da ricostruire, quella nel futuro (e nel fare figli/e) sarà un cantiere da cattedrale. Un’impresa. Il Covid fa lottare con la morte, ma c’è una ‘questioncina’ anche all’altro capo della parabola della vita. Fiducia indica anche l’atto di consegnare un certo bene a una persona da conservare in funzione di un preciso destinatario. E oggi in piazza, diceva un commerciante ambulante, protestano non i violenti “ma padri e madri di famiglia, disperati”. Senza fiducia c’è sconforto. Il Covid e la prova del lockdown dicono che in ballo non c’è solo l’immediata sopravvivenza ma una fetta di capacità di uscire dalla crisi e essere felici in futuro.

Nel dopoguerra lo studioso Havingurst indicò una serie di “compiti di sviluppo”, ‘problemi’ da affrontare in una fase di vita e dalla cui buona risoluzione discendono felicità e successo con quelli successivi. C’erano: sviluppare un legame stabile, vivere con il partner, acquisire l’indipendenza abitativa, formare una famiglia e altro. Letti oggi… Massimo Livi Bacci, docente di demografia all’Università di Firenze, di recente ha detto: la pandemia ha dato “il colpo finale” alla piccola ripresa della natalità faticosamente sviluppatasi dopo la crisi del 2008. “Mettere figli al mondo e tirarli su è un’impresa titanica, ma si fanno e si possono fare se si affronta la vita con coraggio. Però la pandemia ha aumentato l’incertezza che serpeggia nelle giovani generazioni sul loro prossimo futuro, l’incertezza sul lavoro e sul reddito e sulla capacità di poter impiantare una famiglia autonoma. È una legge universale: in casi di incertezza sul domani e difficoltà, un atteggiamento umano è esser prudenti anche nel mettere al mondo i figli”. Ora è da vedere se c’è “un rinvio” o una resa. Il caso di Trieste fa ri-suonare un campanello d’allarme, certifica “un risultato purtroppo atteso- dice Egidio Barbi professore dell’Università di Trieste e direttore della Clinica Pediatrica del Burlo, coautore dello studio- che aggrava il trend di denatalità del nostro Paese e che deve imporre un cambio di passo. Si tratta chiaramente di un fenomeno complesso e multifattoriale, ma almeno, in concreto, vi è una necessità urgente di politiche di supporto dedicate, a partire dalla realizzazione di asili nido accessibili per tutti, alla facilitazione al lavoro dei genitori con figli, alle politiche di riduzione dei costi indiretti e a un ulteriore incremento dell’offerta educativa”. Conosciamo il ‘guaio’, sappiamo la ‘ricetta’. E curiosamente in contemporanea celebriamo la rivoluzione dell’assegno unico: 250 (ma forse anche meno, 160) euro e per averli basta un figlio (dal settimo mese di gravidanza ai 21 anni). È bello che questa svolta avvenga mentre crolla la fiducia sul desiderio di essere genitori. Però siamo pur sempre in Italia: fatta la legge, manca il decreto attuativo. Hanno promesso che l’1 luglio tutto sarà risolto. Succedesse sarebbe un altro segnale importante. Non risolverà tutto, ma forse aiuterà a continuare a parlare della faccenda. Ce n’è bisogno.

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