ROMA – È una di quelle notizie che per capirle serve tempo. Settimane, forse mesi o di più. Accade che El Salvador diventi il primo Paese al mondo dove le transazioni in bitcoin sono accettate per legge. Il via libera del Parlamento è arrivato a inizio mese e l’entrata in vigore è prevista in 90 giorni, a settembre. A sentire il presidente della Repubblica, Nayib Bukele, è una svolta storica. I bitcoin, ha detto, consentiranno di azzerare i costi delle commissioni pagate dai tre milioni di emigrati salvadoregni che inviano i loro risparmi ai familiari in patria. Non si tratta di spiccioli, ma di quattro miliardi di dollari l’anno, quasi un quarto del Pil. Risorse essenziali alla sopravvivenza in un Paese povero, per oltre il 6 per cento mangiate però dai servizi di “money transfer”.Secondo Bukele, con la criptovaluta le commissioni non si pagheranno più. Pazienza se la Banca mondiale freni, mettendo in guardia dai rischi di volatilità dei bitcoin. E passi pure per i dubbi sulla piattaforma privata incaricata di gestire i trasferimenti digitali che ci ha confidato l’economista salvadoregna Merlin Barrera. Perché quella sui bitcoin è anche una buona notizia: ha riportato il dibattito sulle tariffe che gravano sull’invio di denaro, un furto odioso se fatto sulla pelle dei lavoratori. Ecco, faremo bene a ricordarlo: che i costi vadano dimezzati o aboliti del tutto sta scritto nell’Agenda 2030 delle Nazioni Unite, all’Obiettivo di sviluppo sostenibile numero dieci. Nessun cenno alla criptovaluta ma un titolo da scandire ad alta voce: “Ridurre le disuguaglianze”.

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